“Bepi il bolognese” e Costante Rossi , vita da eremiti

Il primo vive a Ronch di Laste «Per me nulla è cambiato, anzi la situazione è migliorata: il Comune mi porta la spesa e il medico chiama tutti i giorni»

ROCCA PIETORE

Ci sono luoghi remoti, dove il Coronavirus pare un’eco lontana. Non hanno negozi, non hanno folle. Micro-cosmi con un solo abitante, come in alcuni borghi delle Dolomiti.

«Cosa è cambiato da quando c’è il Coronavirus? Quasi niente. È tutto come prima». Dal suo “eremo” di Ronch di Laste, il signor Giuseppe, “’Bepi il bolognese”, come lo chiamano, accetta volentieri di far due chiacchiere al telefono. È l’unico abitante del minuscolo villaggio a 1.500 metri d’altitudine, nel comune di Rocca Pietore. Del Covid-19 informato. Ma non ha paura. Le giornate sono quelle di sempre: la legna da tagliare, le piccole attività quotidiane – «pensi, faccio anche calze all’uncinetto», ride –, cervi e volpi che vengono a mangiare davanti casa, il sole che spunta dal Sasso Bianco. Il lockdown non fa effetto a chi l’isolamento lo viveva già.

Nessuna distanza sociale da tenere, niente file, zero tentazioni d’evadere dalla “quarantena”: il bosco, Giuseppe, 81 anni, ce l’ha dietro casa. Un cambiamento però c’è stato: «Mi portano a casa la spesa e ci che mi serve», racconta, «sono organizzatissimi, e ringrazio molto il Comune e i volontari. Così come il medico della vallata, il dottor Claudio Allegro, che si preoccupa di tutti, chiamandoci ogni giorno».

«La mascherina? Certo che ce l’ho», risponde, «anche se qui non mi serve. La adopero solo per scendere a Laste, quando arriva il camion della frutta e verdura».

Originario di Molinella di Bologna, Giuseppe Zaffagnini ha sempre fatto l’agricoltore. A Ronch si ritirato 20 anni fa: «È il posto più bello delle Dolomiti, qui mia moglie e io ci siamo conosciuti e fidanzati» .

Non ha programmi per Pasqua l’unico residente di Ronch: «Con questa emergenza», dice, «la condanna più grande è la loro, non la mia” .

Il “bolognese” non è il solo eremita da queste parti. Sotto la Marmolada, in un’altra frazione di Rocca Pietore, vive la stessa condizione Costante Rossi, 64 anni, l’ultimo abitante di Bramezza, 1.450 metri di quota. Ex dirigente in una grande società, ha lavorato 40 anni a Venezia. Poi è tornato nel villaggio natale. Dove intanto se n’erano andati tutti. Costante non ha mai “staccato” con il mondo; grazie al web e al cellulare è aggiornato sul Coronavirus. «Chi è abituato a stare in posti così isolati», spiega, «è agevolato nel sopravvivere, nel restare senza contatti, senza far la spesa».

Per arrivare a Bramezza non c’è strada. D’inverno si sale in motoslitta o con i ramponi. «A febbraio sono stato 20 giorni senza scendere, c’era una lastra di ghiaccio. Quando ho raggiunto il paese, ho fatto una grossa spesa e sono rimasto altri 20 giorni senza tornare più giù. Un tempo c’erano il fumo e il sale per conservare il cibo; oggi c’è il congelatore».

Ma com’è visto il “confinamento” da una remota frazione di montagna? «Il problema che vedo è che la gente non obbedisce, non riesce a rispettare le regole. Ne ho visti più d’uno arrivare fin quassù, per passeggiare nel bosco. Alcuni li ho rimandati indietro. Nelle settimane scorse c’era perfino qualche turista con il cane...».

Anche Costante ha la mascherina, «una FFP2, mi serve per la polvere quando lavoro il legno». La storia ha mostrato che anche i luoghi più remoti non sono immuni alle pandemie. Ricorda Costante i racconti dei suoi avi: «Quando dilagò la Spagnola arrivò anche qui, e fece tre vittime».

Quella pandemia lasciò un insegnamento: «Da allora», racconta, «nelle nostre case non si entra con le scarpe. Si lasciano fuori, e si mettono le pantofole. Nelle camere si tolgono, e si cammina a piedi nudi. Le stoviglie? Ognuno usa i propri piatti e le proprie posate. La mia scodella da “grande” l’ho avuta quando avevo sei anni ». –

(Michele Galvan – Ansa).
 

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