La denuncia del regista Segre: «Mi hanno negato l’accesso al Cpr di Gradisca per un documentario»

«Struttura inaccessibile a chi vuole fare informazione a favore dei cittadini». A ottobre la richiesta, poi l’ok ma il 31 marzo l’alt

Luigi Murciano
Il regista Andrea Segre e Gianfranco Schiavone. Foto Daniele Tibaldi
Il regista Andrea Segre e Gianfranco Schiavone. Foto Daniele Tibaldi

«Cpr di Gradisca inaccessibile a chi vuole fare informazione». La denuncia è arrivata dal regista Andrea Segre nel corso di una conferenza stampa tenutasi oggi, mercoledì 2 aprile, proprio di fronte al muro dell’ex caserma Polonio.

Segre e la sua troupe, seppure inizialmente accreditati, non potranno accedere al Centro di permanenza per i rimpatri della cittadina isontina per realizzare un documentario che racconti le condizioni di vita all’interno della struttura e le storie dei trattenuti.

Il diniego, ufficializzato dalla Prefettura di Gorizia il 31 marzo dopo una infinita corrispondenza di mesi, ha sollevato dure critiche da parte del regista e delle associazioni che lo affiancano, in particolare per la violazione della libertà di espressione e di informazione «su una struttura finanziata con denaro pubblico, e oggetto di dibattito per l’opinione pubblica. Insomma, un tema su cui vi dovrebbe essere trasparenza e non negazione di diritti».

Segre, già premio David di Donatello per il miglior esordio in regia e noto per il suo impegno nel raccontare le tematiche legate alle marginalità e all’immigrazione, ha ricevuto in queste ore il sostegno di Articolo 21 e dell’Associazione per gli Studi giuridici sull’immigrazione. Durante la conferenza stampa, alla quale ha partecipato anche la consigliere comunale gradiscana Francesca Colombi, portando i saluti di Fabiana Martini (Articolo 21), il regista ha sottolineato che «vietare l’accesso a giornalisti e documentaristi a una struttura pubblica significa negare ai cittadini il diritto di sapere cosa accade al suo interno».

Segre e Gianfranco Schiavone (Ics) hanno inoltre evidenziato che il rifiuto rappresenta «una grave restrizione della libertà di stampa in un Paese democratico».

Le trattative

La corrispondenza tra Segre e le autorità è iniziata già ad ottobre. Il 16 gennaio di quest’anno la Prefettura di Gorizia aveva inizialmente concesso a Segre e al collaboratore Matteo Calore l’autorizzazione per accedere al Cpr, pur limitando la visita agli spazi comuni e autorizzando riprese audio e video solo in tali aree. Il 26 febbraio la Prefettura aveva però respinto la richiesta di accesso delle legali esperte in materia di immigrazione Caterina Beve e Veronica Mansi, ritenendo la loro presenza non giustificata, mentre l’autorizzazione per Segre e Calore rimaneva valida. Il 13 marzo la Questura di Gorizia aveva confermato l’autorizzazione all’accesso e chiesto al direttore del Centro di fissare una data tra il 2 e il 5 aprile. Improvvisamente il 25 marzo la Prefettura ha sospeso l’autorizzazione, in attesa di un pronunciamento del Ministero dell’Interno. Infine, il 31 marzo il Ministero stesso e la Prefettura hanno negato definitivamente l’accesso «per motivi di sicurezza e lavori di ristrutturazione».

Il tour nei Cpr

Nelle scorse settimane nel Centro si erano verificate nuove proteste ma la prima domanda di accesso risale appunto a ottobre. Gradisca avrebbe dovuto essere la seconda tappa di un tour nei nove Cpr attualmente operativi in Italia. Segre è riuscito a entrare in quello di Roma, ma anche in quel caso solo dopo infinite peripezie. Il diniego, secondo Segre e Schiavone, è di fatto illegittimo perché viola il regolamento di accesso alla struttura.

«Abbiamo presentato la domanda nei modi e con i sette giorni di preavviso previsti. Di fatto, lo Stato – in questo caso il Viminale – può negare e addirittura revocare arbitrariamente l’accesso sulla base di non meglio precisate situazioni di pericolo, che non sono state però minimamente documentate» hanno dichiarato Segre e Schiavone. «Non ne faccio una questione personale – così il regista –. Ma si tratta di una decisione che mi ha colpito perché limita il diritto all’informazione e all’approfondimento su un tema di interesse pubblico».

Anche Articolo 21 ha espresso preoccupazione per quella che considera una restrizione ingiustificata alla libertà di espressione e stampa.

Nel frattempo, resta il nodo della trasparenza nella gestione dei Cpr, spesso criticati per la scarsa accessibilità da parte di osservatori esterni e per le criticità interne. Né Segre né Schiavone escludono un possibile ricorso al Tar per impugnare la decisione.

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